Yo fui el payo y tú serrana
de limón, azahar y hierbabuena
yo fui el cielo que refleja tu mirada
ahora soy la herida de un valle abierta
tú eres el río que me humedece
las orillas que a la mar no llegan
y de dolor, pasión y muerte
son mi vientre seco, tus senos y las sombras
de pesadillas los besos que encadenan
mi esclavitud a tu amor y a tu persona
ya no mojas los senderos con tu luna
de este corazón podrido y envenenas
con mentiras de miel y de hermosura
la cavidad, la voz y el alma impura
que yace a tus pies rezando a la locura
y a tu piedad en estas horas de soledad desiertas.

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Tiene los ojos verdes
como luceros gitanos
de negra noche es el pelo
de blanca plata sus carnes
y yo perdido en el cielo
de su espalda y de sus cantes
cantes que lloran amores
recuerdos de sus amantes
quejidos y mariposas
que están viniendo los duendes
y yo perdido en los labios
de su boquita caliente
quiero besarle los trinos
y morirme asi mansamente.

Un giorno, questo tremito diventerà voce, diafana o temprata, si colorerà di poesia.
I miei occhi sveleranno visioni incantate avvolte in tiepida luce.
Il cuore racconterà le sue novelle, vecchi pretesti, bugie, invenzioni, storie senza evo e senza indulgenza.
E la passione abbandonerà il suo letargo disseppellendosi davanti al complice ardore di uno sguardo, di una carezza, di un bacio, di un applauso.

Y mi boca aún arde por la pasión de tus besos y mi alma tiene ansiedad por ser amada, mi corazón grita tu nombre y en mi voz se revelan mis deseos. Mi cuerpo tiembla y mi piel se muere de la sed de tus anhelos. Pero tu boca y tu alma tienen otro dueño y mi voz es sólo un quejido que arrastra el invierno. En esta soledad estoy perdido, sin la ilusión de las caricias, sin el calor de los te quiero.

Ho vinto tante battaglie ma nessuna sovrasta la guerra della tua assenza.

Il silenzio è il grigio che minaccia con portare via il tuo ricordo. Silenzio è lo spazio vuoto tra la mia anima e le tue ragioni. E il cuore, la bocca, la schiena… le mani secche senza una pelle d’accarezzare. E l’eco di una voce lontana, di ti amo mai detti, di bugie che mascherano la realtà. Il silenzio è seppellire la passione, affogare in pianto, pregare il tuo nome. E pensarti mio pur essendo di altri, sentirsi in colpa, voler morire.

Ti ho baciato in altre labbra assaporando il fiele della nostalgia.
Ti ho cercato in altri sguardi annegando nella nebbia del ricordo.
Ti ho amato in tanti uomini lacerando il cuore con le spine dell’indifferenza.
Ho pianto sangue e odio. Ho maledetto Dio e me stesso.
Sono un suicida, un’ombra, un essere avvolto nel dolore del tuo disprezzo.

Tra la folla

Sospesi sulla confusione della gente i miei pensieri. Passi, gradini, fontane, fotografie… secondi bui e compare la tua immagine. Allora i miei pensieri diventano amore, scendono dai monumenti, teneri, lenti mi si avvicinano.
L’alchimia, simboli che traccia la folla crea lo spazio mistico dove i miei occhi si perdono nei tuoi, quanta tristezza nei sorrisi altrui, quanta gioia nel mio cuore mentre ti contemplo alcuni secondi per poi vederti sparire ancora. Delirio di gente che non riconosco, le mie idee diventano vivaci come le loro ombre sul pavimento della piazza. Io prendo una matita e scrivo le parole che le tue labbra non pronunciano mai nei nostri appuntamenti, e raccolgo quelle che sussurrano le ombre piuttosto di quelle che hai scolpito con baci in riti sacri nel mio amore ma che adesso torna ad essere pensieri che si arrampicano sui monumenti, sospesi urlano la loro natura aspettando che Verona reagisca.

Addio

Finisce qui, il tuo pianto non era come quello di gennaio e nelle mie mani non c’erano più primavere. Il sogno di mille notti di amore spariva con ogni tuo rifiuto: sguardi come pugnali, cattivi, rossi come il sangue e neri come ogni carezza negata. Mezze parole che assaporavano ragioni vuote.

Il treno dell’oblio partiva condannando settembre, scia di malinconia e disperazione.
Aspetta! urlava inerme il mio cuore sotto la pioggia, il mio pianto, tra la nebbia e foglie d’argento, aspetta ancora!… E vedevo la tua immagine dissolversi, senza rimpianti, senza dire addio.

“Salta gli ostacoli”

Le emozioni sono nel vortice di una lacrima, quella lama d’argento che taglia il viso, in quel piccolo spazio dei nostri nomi, secondi e cade, non riesco a trattenerla più.

Ricordo un treno verso la Germania, un mezzo addio, l’Italia è ancora Amsterdam. Mi ero dimenticato di quanto odio salutare. Ricordo il freddo del distacco, i pensieri confusi, il non guardare indietro offuscato tra la pioggia e la neve, ragioni che il vento portava via con sé.

Oggi è partito un piccolo pezzo di speranza, una piccola luce… si allontanano tante belle carezze, i baci rubati, la complicità di una strada mezzo vuota, vicoli bui. Le frasi affettuose ed i consigli.

Tutto mi torna in mente intanto non riesco a trattenere più le lacrime che tagliano ancora questo viso fiero addolcito dalla malinconia.

Nessuno ha detto addio ma nessuno ha detto il contrario e le sensazioni rimangono nel limbo, sull’orlo di una lama d’argento che taglia il viso e fa sanguinare il cuore.